L’albero di pomelie

Illustrazione di Diana Milea

Io e il mio fratellino vagavamo da soli e senza meta. La borgata era immobile e ferma come l’aria di quel pomeriggio. Le ombre delle case erano nere e appuntite e noi giocavamo a saltarci dentro senza mai calpestare il sole, che bruciava sotto i piedi nudi. Chiamavamo quel gioco i fachiri delle ombre. Saltando da una macchia scura all’altra, arrivammo al fiume che ferisce la borgata, fluendo come sangue tra due ripidissime mura di tufo. Il suo letto è ampio, ma l’acqua che ci scorre dentro è poco più di un rigagnolo luccicante che scivola lieve in un sussurro appena accennato. Questa fragile vena d’acqua, la ricordavamo ben diversa: enorme e potente, faceva il frastuono di un gigante che ha fame d’aria, di creta era il suo colore, e la sua massa inghiottiva tutto: alberi, massi, animali, lamiere, cassonetti e uomini, lasciandosi dietro devastazione. La furia del fiume e quella sua rabbia inarrestabile ci riportavano a quest’inverno, al giorno più brutto della nostra vita.

Adamo lasciò il viottolo a mezzacosta e raggiunse il letto del fiume. Camminava a gambe larghe con l’acqua che gli scorreva in mezzo, io lo seguivo giocando al rabdomante, con due verghe incrociate fingevo di far scaturire dalla terra quel filo d’acqua, e osservavo il cielo di fango e le sue nuvole di calce. Lui si voltò, io gliene lanciai una, l’afferrò al volo e iniziammo a duellare e a rincorrerci, proprio come facevamo a casa con i bastoni di scopa. Per non rompere il combattimento e perché quella parola ci faceva paura, gli sussurrai: «Adamo, stavolta tocca a te quella cosa». Con una spirale del polso lo disarmai, lui gettò in aria la canna, si prese la mia sotto l’ascella e cadde nella mota. Restò immobile, gli diedi un colpetto col piede per farlo rialzare, ma lui mi tirò accanto a sé e mi fece osservare come stava facendo lui, a testa in giù. La roccia partiva dal cielo e finiva nella sponda del fiume. In una risega di roccia, notammo il profilo di un albero di pomelie che cresceva isolato, in alto sulla parete. Iniziammo a salire.

La roccia era ripida fin da subito, tant’è che ci arrampicammo, e salendo ancora un altro po’ divenne proprio verticale. Adamo era più in alto e gli ordinai di aspettarmi, lui eccitato mi urlò che già fiutava il profumo cremoso di quelle pomelie. Feci più in fretta per raggiungerlo, ma uno spuntone di pietra si sbriciolò sotto il mio piede. Scaglie e pietruzze ruzzolarono giù, scivolai di qualche metro e mi sentii morire. Quelle scaglie e pietruzze le vidi come sabbia che precipitava dal bulbo di una clessidra, pensai segnassero la mia fine. Per fortuna, trovai un appiglio e girai su me stesso. Finii come il crocifisso appeso nella camera di mamma, schiena contro la parete, braccia aperte, piedi uniti e la testa rivolta verso il basso. Strinsi gli occhi per non guardare giù, feci un gran respiro e provai a smettere di tremare e, piano, mi rimisi con la pancia sulla roccia. Alzai la testa e vidi Adamo attaccato con zampe da geco alla parete, era bloccato a cercare una sporgenza per continuare la scalata, gli mancava davvero poco per raggiungere l’albero di pomelie. Poteva quasi toccarlo quel ramo rugoso da cui pendeva un grappolo di fiori che brillavano come stelle cerose bianco gialle. Mentre stavo per andargli vicino, chiamò il mio nome con un grido stridulo, mi bucò gli occhi, quasi da farmi piangere.  «Scendi, Adamo!». Con la stessa voce di prima mi disse che non poteva, le sue mani spaventate si fusero con la roccia e poi lo vidi pietrificarsi tutto. Scesi verso il letto del fiume più veloce che potei, così di fretta che nell’ultimo tratto mi lasciai proprio scivolare. Da giù provai a guidarlo nella discesa, urlandogli alcune insenature o sporgenze alle quali si sarebbe potuto aggrappare, ma Adamo rimase immobile a gridare il mio nome che in un’eco si spaccava in quella gola di roccia. «Vado a cercare aiuto». Mi misi a correre, ritrovai il viottolo e raggiunsi la strada, guardandomi attorno scoprii un camion con le ruote a terra. Entrai dentro il rimorchio da uno dei tagli sul telone, la luce che penetrava all’interno aveva la forma di lunghi canini affilati, mi sembrò di essere dentro la pancia di una tigre. Una delle striature di sole illuminava una vecchia fune, ero così spaventato che, a una prima occhiata, l’avevo scambiata per un anaconda avvolta nelle sue stesse spire. L’afferrai e con quel serpentone morto, arrotolato sulla spalla, raggiunsi il mio fratellino. «Resisti!», urlai sporgendomi dal ciglio della parete, la distanza che ci separava in quel momento era immensa, anche se erano solo pochi metri. Mi legai la fune alla vita e gliela calai, mi misi a quattro zampe e dissi: «Afferrala». Tutto il suo corpo, la paura l’aveva tramutato in pietra, poi con un’alchimia di coraggio il suo braccio da roccia si fece di nuovo di carne, sbocciò in un piccolo movimento e poté afferrare la fune penzolante. Un attimo dopo, accadde la stessa cosa all’altro suo braccio, così cominciai a camminare per issarlo e lui, passo dopo passo, tra le mie grida di incitamento e qualche parola rassicurante, saliva verso la salvezza. A ogni suo avanzare, tiravo e recuperavo la fune, quando finalmente dal ciglio del burrone apparvero le sue mani e le dita infilzate nella roccia poi la testa e infine anche il torso che Adamo riuscì a sollevare oltre il bordo.

Appena si rimise in piedi, mi guardò con occhi pieni di gratitudine, velati d’acqua, sprizzavano meraviglia. Mi venne vicino con le ginocchia che ancora gli tremavano dallo spavento. Aprii le braccia per accoglierlo dentro al mio petto, affannato per lo sforzo e per il timore di averlo perduto. Lui non aprì le braccia per tuffarsi ad abbracciarmi, ma sorridendo si portò una mano dietro la schiena e mi mostrò il nostro trofeo. Non so come ci riuscì. Dal ramo dell’albero aveva raccolto un bouquet di pomelie uguale a quello che, nella foto, la mamma teneva tra le mani il giorno del suo matrimonio. Pensai alle pomelie che la mamma aveva in veranda: prima che venisse l’inverno, conservava i gusci d’uovo per usarli come protezione dei futuri germogli dalle grandinate.

Osservai quelle pomelie e la mamma mi sembrò ancora con noi, svuotando quella spregevole distanza dal fiume in piena che lo scorso inverno ce l’aveva portata via.  Adamo e io portammo sotto i nostri nasi il mazzetto di pomelie, quell’odore inebriante ci avvolse come le mani di mamma, una carezza immortale come i fiori di quest’albero che sbocciano anche dopo il taglio dei suoi rami. «Ti ricordi, Adamo? Ce l’ha detto la mamma».

Ci sedemmo sul lettone vuoto e adagiammo le pomelie sul cuscino di mamma, per un momento, scacciammo le esalazioni del nostro dolore e il miasma della sua perdita.

Mi fratello e io ci stringemmo in un abbraccio che non potrò mai dimenticare.


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