Traslochi

Illustrazione di Marta Goldin

«Solamente fino a quando si sistemeranno le cose» avevi detto. Sei mesi fa.

Vedo questa donna dai capelli di fieno. Dalle piccole rughe appoggiate al suo viso immagino che abbia sorriso scoprendomi in strano anticipo sull’orario. Ha impiegato un po’ per scendere dalla nostra station wagon e – lo so – già pregusta il momento in cui si siederà un’altra volta sui sedili di pelle scura e ingranerà la prima per andarsene. Vorrebbe fosse tutto molto breve.

Si avvicina con un’innocenza del tutto in contrasto con la mia angoscia. Lei vuole il mio bene – lo so – ma il suo amore è diventato un elastico che, seppur spinto al massimo della sua ampiezza, fa fatica ad accarezzarmi come prima. Io non so nulla delle esistenze che non siano quella che vivo; lei, invece, mentre viene verso di me, sembra che sappia leggere tutto nei miei occhi ancor prima che nelle parole, con un insieme di calore, imprudenza e spietatezza.

Per quanto mi riguarda, ho sempre opposto a questa sua vocazione un ottimismo goffo e un sentimentalismo pericoloso; entrambi, a suo parere, inni alle avversità. In effetti, il modo incerto con cui mi sono mosso per raggiungere il tavolo dove adesso siamo seduti mi rende a pieno titolo erede diretto dell’inciampo e della sfortuna. D’altro canto, lei, nevrotica strepitosa e irresistibile, ha scelto subito il posto che le sembrava giusto. Quando decide una cosa non ammette repliche. Per questo siamo qui: invece che tentare l’impresa inumana di farle cambiare idea, ho pensato fosse meglio abdicare a qualunque resistenza dal principio: per evitare scenari surreali e spaventosi, soprattutto spaventosi.

Gli attimi prima di aprire bocca dilatano e amplificano gli anni in cui siamo stati compagni. Mai sposati, no, non serviva, ci dicevamo; a dire il vero lei lo sosteneva più di me, e io le andavo dietro. È così scarna e lucida la verità, mi dice, che non c’è bisogno di esprimerla con morbidezza. Il fatto che la verità sia concreta – penso io in silenzio – però non giustifica che una coppia se ne lasci inghiottire.

Sono passati sei mesi. Per me sei mesi appena, per lei ormai sei mesi.

Di sicuro siamo in disaccordo se questo incontro al bar sia un rimorso, un rimpianto o una occasione.    Il contrasto tra il presente e il passato è tale da raffreddare persino il mio caffè bollente, e se per me non c’è niente di risolutivo negli indizi disseminati in questi ultimi centottanta giorni, se non un chiaro senso di tragica umanità, per lei è tempo di agire. Lei si aspetta di essere decifrata non più come la donna che, a mio modo, amo, bensì come una persona libera; io invece mi sento sotto osservazione, sotto attacco: come chi si lascia travolgere dalla contemplazione del disastro ritenendolo, chissà perché, una forma di redenzione.

Il fatto è che finché l’illusione di stare insieme è credibile a me va bene: la considero una forma artistica di sincerità, una truffa definitiva molto rassicurante ed empatica. Lei, all’opposto, preferisce che da ora in poi si rimanga profondamente sconosciuti, prigionieri di una chimica inversa dove l’equilibrio di quella che poteva essere una storia di coppia si spezza per una nota né impercettibile né misteriosa: fondamentale, invece. Ci sono decisioni determinanti nelle nostre vite; solo che capitano in giorni qualunque, quando siamo raffreddati, cerchiamo di distrarci o non abbiamo voglia di vestirci e di uscire di casa.      

Lei sa che non sono pronto per niente a cambiare le cose e mi osserva come si guarda un uomo che non sceglie mai veramente il bene, suo e degli altri. Col suo sguardo mi dipinge così bene da mettermi un po’ di soggezione, e nella mia grottesca timidezza sono sicuro che guarderei l’immagine allo specchio sperando di non somigliarle. Le sue parole sono così tangibili, palpabili, hanno una sostanza fisica tale da entrare sotto la pelle. Se nella sua sicurezza lei sembra parte di un paesaggio ideale, che sollecita quadri intimi e naturali, io mi sento vittima di un paradosso temporale, dove, da un lato, vorrei aver agio per trovare le parole giuste, dall’altro, mi sembra di aver già detto tutto senza essere stato ascoltato. D’altronde, nemmeno io presterei attenzione ad un uomo che ha usato così spesso la frase «Non so perché l’ho fatto», se non in base alla ridicola convinzione che il nostro non sia mai stato un amore estivo, adatto a intrattenere, confermare, a darci ragione.

«Solamente fino a quando si sistemeranno le cose». Lo ha detto e lo ha fatto. E adesso?

Nella parola ‘fine’ ci sono affanni, stanchezze, vere e proprie voragini dovute alla spossatezza. Per questo, adesso, la bocca mi sta lasciando, togliendomi anche l’ultima oasi di attendibilità. Non posso fare nulla. Posso solo sbarrarmi dentro l’inferno freddo costruito dai suoi capelli, i suoi sguardi, le sue smorfie: un inverno in cui lei si ricorda di noi con una compassione che, a differenza della mia, non è mai patetica, semmai ironica e lieve. Siamo parte di un amore che, se descritto da un passante, in effetti avrebbe bisogno di almeno un refuso nella frase per trasmettere una qualche emozione. Un sentimento zoppo. Una eresia insufficiente. Asfittica. Al cospetto della quale si tratta, dunque, solo di alzarsi dalle sedie e di accompagnare lo sguardo altrove, in qualunque posto non siano gli occhi di uno di noi. Meglio il traffico, il cielo, il marciapiede, un chiunque che cammina; meglio qualsiasi altra coppia che non noi.

Se la nostra forza amorosa, come dici tu, è condannata a morte, non ha più senso salvare i nostri corpi ad ogni costo. Ma se gli ansimi che la rendono viva si conquistano e si perdono in ogni momento, mi permetto di non escludere sorprese e metamorfosi: questa collezione indecente di buchi che ci divide potrebbe portarci ovunque, farci fare qualunque cosa. Anche un ultimo miracolo sublime.

Così, quando sei mesi fa mi hai dato il bacio del buongiorno sbadigliando tra le lenzuola, non ho pensato “Vattene”; ho pensato: “Rimani, ti prego, per favore”. Hai meditato più di un istante, poi hai detto di no. E ti sei salvata.


Emanuele Finardi ha 50 anni, è veronese di nascita ma milanese di adozione. Ha iniziato a lavorare nel campo della comunicazione come giornalista e pubblicitario e attualmente lavora per la televisione.
Ha pubblicato nel 2009 la raccolta di racconti “Bassa Macelleria Sentimentale” per Coniglio Editori, Roma, nella collana “I Lemming” e nel 2019 la raccolta “Il paradosso del respiro” per Ensemble Edizioni, Roma.
Alcuni suoi racconti sono stati inseriti all’interno di antologie per le case editrici quali Minimum Fax, Nutrimenti, Damster, Eterna, o pubblicati da riviste online quali Efemera e Blam. Da piccolo mangiava solo se lo portavano alla ferrovia. Adesso ama scrivere sentendo i treni come sottofondo. E non ha più problemi di appetito.


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