Sante

Illustrazione di Giulia Cecchinato

Santa Irene

io mi cucio addosso i sudari degli altri

io mi cucio

il cuore sulla manica

sono brava, vedi

sono brava

ho le mani tese e

stanche

io sto bene nell’acqua

l’acqua mi ama

mi attira a sé e io sto bene.

se provo

se provo ad uscire mi schianta

mi pesa. io però la voglio e

ritorno

io non so come si ama

ma imparo al volo:

rosso è il tuo sesso

blu sono i tuoi occhi

le tue vene sono viola

e il tuo ricordo è

giallo

c’è un mattone sbilenco

sul ponte del campo

e nessuno l’aggiusta

perciò singhiozza

singhiozza

singhiozza

sing-

Santa Veronica

adesso poggio un po’ la testa dove prima l’hai poggiata tu;

adesso

che ho i tuoi occhi addosso non me li strapperei più

(voce del verbo strappare,

implicando separazione e dolore)

capisco,

dolorosamente,

che non ci può essere niente

tra chi rimane e chi va,

che è meglio rubare quel poco che c’è

quel poco che resta –

– in fondo sono sempre stata una ladra

nascosta all’ombra delle mie stesse parole –

– ancora per poco, resta,

non parliamo di nulla.

chiudi gli occhi e lasciati guardare

nessuno strappo, nessun male.

(per qualche momento sei stato immortale.)

Santa Barbara degli artiglieri

fumo e bossoli lasci dietro di te,

fumo e bossoli –

che paura!

una donna che non ha cura

del suo profumo o del suo décolleté

del latte o dei piatti sporchi,

che imbraccia le armi dei maschi,

che si alza una torre e vi si chiude,

(voi femmine siete tutte uguali,

non sapete mai stare nude

e in pace con voi stesse)

noi siamo sante poetesse

navigatrici

povere ricche splendide 

forse, felici

fumo e ceneri lasci dietro di te,

fumo e ceneri –

che serata!

costellazioni di corpi in picchiata,

con la luna che li guarda sorridere

mentre si vanno ad estinguere,

papà, io non mi voglio sposare.

non me ne volere.

il mio sogno è quello di volare,

e poi, alla fine, alla fine,

cadere.

Ospedaletto

oggi sono stata ad un funerale

ed era bello, era bello

come son belle le cose finite –

già imbalsamate, sai

già compiute.

io non sono bella,

forse sono erotica,

(il desiderio di toccare ed esperienziare)

è naturale,

penso, 

chiudersi in un cerchio o in un quadrato

ma poi ti penso,

a te che non stai da nessuna parte,

ti tieni sempre sul liminare

e non ti si può circoscrivere,

di te posso solo scrivere

dell’odore che hai lasciato sul cuscino

e delle due note che strimpelli

e lasci

cadere

(– ma dopo ti posso chiamare?

 – sì, va bene

come se tra noi non ci fosse un mare

come se fossimo ancora

insieme –)

che parola dura che è “mancare”,

in realtà non mi manchi.

non il tuo corpo non il tuo sesso

solo un alone, un profumo, un dolce assaporare

le tracce che semini dietro di te

e che non sai di lasciare.

Santa Maria Maddalena

il ventisei m’hai detto

voglio entrarti dentro

farti un taglio alzare la pelle

e chiudermi lì

(io mi sono guardata

aperta spalancata

ti ho detto vieni, entra

è aperto. non c’è nessuno.

un po’ di polvere agli angoli, forse, e occhio,

non inciampare sui libri, spostali,

fatti spazio, vedi che–)

il tre m’hai detto

noi – in questo letto –

non l’abbiamo mai fatto

mai, qui

(io mi sono girata

tagliata spaventata

ti ho detto va bene, ma stavi tanto male?

dico dentro di me, lo so che

ci sta un bordello, che non pulisco mai,

che è tutto buio, ma se vuoi

riaccendo il riscaldamento,

lavo le lenzuola,

sbatto i panni, se vuoi–)

il nove m’hai detto

vedi altre persone

non aspettarmi tanto

tanto–

(tanto non so a che ora vieni

che treno prendi o dove stai

tanto ci perderemo, di vista, per strada,

tanto venezia è bella ma stanca,

bella, ma stanca,

dopo un po’,

lo so,

io comunque altre persone le ho viste

una processione un andirivieni

un fiume di corpi umani

per dimostrarti che non sono un’illusa –)

(ho comunque lasciato la porta socchiusa.)

Campo dei miracoli

vedo napoli e poi torno, 

vedi che torno sempre

quando meno te l’aspetti

quando nessuno mi cerca più

nel mentre io rivoltavo con gli occhi

campo dei miracoli zuppo di gente

e speravo di trovarti a mani giunte

seduto a cercare un viso nel canale

a cercare la maschera perfetta

un bacio una stretta

una voce una luce

una curva del collo –

non mi toccare, dai, non fare così

come li spiego ai miei ‘sti segni qui?

davvero, no, non mi ha fatto male

ho solo smesso per un po’ di respirare.

non è grave.

stiamo vivi solo per gli altri, ricordalo

quando salirai su un treno o un tetto:

ti voglio vedere un giorno stempiato e vecchio

senza dentiera a cantare un motivetto.


Isabella Ronconi scrive da quando aveva tredici anni, prima racconti e da un paio d’anni quasi esclusivamente poesia. Classe 1999, vive a Venezia. Le piacciono le piccole cose che si possono rubare e tenere in tasca.


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