Pillole

A vicchiania iè lària, dice mio nonno, Iu non pinsava mai ca mi finiva accussì.
Siede di traverso su una seggiola guasta. Gli occhietti grinzosi aggrappati alle margherite che emergono dalla tovaglia stesa davanti a lui. Un senso di vergogna m’investe insieme ai particolari della sua trasandata vecchiaia mentre lo studio dal lato opposto della stanza. Il suo torso sparisce sotto la polo che cade dritta sulla cintura, avanti di due buchi. Ha orecchie molli ed enormi e i capelli finissimi, simili alle piume di quegli uccelli del paradiso che si vedono solo a dicembre sulle carte del mercante in fiera. 
A notti nun dormu. Mi sentu di mòriri e minni staiu docu, cu l’occhi aperti. 
Mio padre si tocca il viso e guarda la porta, poi l’orologio, poi me. Chiede ancora una volta se il nonno ha preso le pillole.
Iu pigghiu tuttu chiddu ca mi dicìti vui, la voce gli diventa quasi un lamento, Chi ai a fari, ah? M’u dicìti?
Penso a una risposta da dargli e incrocio il pensiero di mio padre. Prendiamo strade diverse; lui è più stanco, più afflitto, sta cercando un argomento che spiazzi, che metta freno al capriccio di un anziano senza ferirlo. Io vorrei solo avere qualcosa da dire che abbia senso, qualsiasi cosa che risparmi a mio padre quella enorme fatica. 
Nonno, devi ascoltarlo sempre a tuo figlio,  non solo per le medicine. Lui ti vuole bene.
Mio padre mi ferma con un cenno.  
Lui lo sa, Michele. Anche perché la prossima volta che mi chiama nel mezzo della notte per dirmi che non riesce a stare da solo a casa sua io lo prendo e lo porto a Randazzo.
Il nonno alza la testa di scatto e vedo le sue spalle aprirsi come il cappuccio di un cobra.
In menzu ai vecchi nun ci vaiu. Megghiu ca moru, dice, mi iettu ro terzu piano.
Ma se stai al quarto come fai a buttarti dal terzo piano? chiede mio padre con un sorriso puerile; lo stesso che ci rivolgeva quando da piccoli io e i miei fratelli facevamo un errore di grammatica.
Mio nonno è tutto sopracciglia, la sua fisionomia è tornata quella del bambino ostinato che ha sempre descritto nei racconti sulla sua infanzia. Sì, sì, arrirìti, dice. Appoi quannu mi iettu nun c’arrirìti chiù.
Quali sono queste pillole che prendi, chiede mio padre. Il nonno risponde con un violento gargarismo, I pìgghiu i pìnnuli! Lo guardiamo fremere rosso in viso e produrre poi alcuni suoni impastati mentre con i palmi si scava la faccia. 
Signùri, chi ai a fari?
Il peso della stanza è tutto sulle spalle di mio padre mentre si alza in piedi, come se i suoi anni avessero preso la forma e la sostanza di mobili, elettrodomestici e suppellettili. Tutte quelle cosùzze con cui mio nonno ha riempito casa sua; souvenir di viaggi ed esperienze a cui non ho mai creduto. Sono quasi sicuro che neppure mio padre ci creda. Ha sempre permesso che io, Giulio e Greta ci appropriassimo di alcune di quelle reliquie. Puttativilli, diceva sempre mio nonno, accussì nun v’acchiappàti dopu ca moru.
Mio padre si alza in piedi e dice che va a comprare quelle pillole in farmacia. Ha il cellulare scarico, se chiama mia madre devo dirle che facciamo tardi.
Vicino all’ingresso c’è una grande specchiera che sovrasta un mobile antico. Su di esso un centrino sfilacciato color arancio regge l’emblema di un oggetto sgradevole: un pagliaccio di porcellana dallo sguardo inquieto scolpito nell’atto di lanciare in aria tre palle. Mi ha fatto paura sin da piccolo; entravo in casa e riuscivo sempre a scambiare un’occhiata col terrificante soprammobile prima che mia nonna mi spingesse in cucina per offrirmi un plumcake o una crostatina di marmellata.  
Dietro al pagliaccio noto, per la prima volta, una modesta cornice con una foto scolorita: mio padre e i miei nonni sono vestiti di verde e di rosso e schiantano sulla celluloide una felicità che non ho più visto negli occhi di mio padre da quando la nonna se n’è andata dieci anni fa.
Mi sento chiamare attraverso il corridoio buio. Mio nonno è dove l’avevo lasciato. Dalla posizione in cui sono posso ammirare l’incoerente perfezione della sua colonna vertebrale mentre si volta a guardarmi. Pigghia i carti, mi dice.
Quelle francesi?
Annuisce con forza. Chi jochi sa fari?
Scala quaranta.
Facemuni na scala, e ridendo aggiunge però no quaranta, ca annùnca am’a stari ca tutta a notti. 
Non mi pesa essere ipocrita con mio nonno; rido e fingo di godermi la partita. In realtà litigo con le carte cercando di farne un ventaglio. Le metto in ordine accoppiando i semi e immaginando tutti i possibili punti a calare, ma ciò che emerge dai miei polpastrelli è una fila di denti storti. Il nonno è cambiato, le ossa si sono rafforzate e i muscoli gonfiati. Brilla di quell’eleganza di cui sono capaci solo i vecchi, solo quando dimenticano che esiste la morte.
Chiude la partita mentre dall’ingresso si sente scattare il chiavistello dalla porta blindata.
Il nonno aspetta appoggiato all’uscio che l’ascensore arrivi e ci saluta mentre gli lanciamo le ultime occhiate attraverso l’inferriata. Io e mio padre, stipati nello spazio ristretto della cabina, non ci guardiamo finché non sentiamo il battente chiudersi due piani sopra di noi. La farmacista, che è un’amica di famiglia, dice che il nonno non ha mai comprato le pillole che il dottore gli prescrive. Mio padre mi prende il collo tra il braccio e l’avambraccio e sento le forze abbandonarmi completamente. Metto una mano in tasca e trovo una piccola cornice con una foto sbiadita: mio padre e i miei nonni vestiti di verde e di rosso. Guarda com’eri contento qui, vorrei dire a mio padre, eppure non riesco; la rimetto in tasca. Lui non ha fatto caso alla foto, però mi stringe più forte.


Marcello Guardo nasce 25 anni fa a Palermo e vive il resto della sua vita a Catania. Da bambino s’innamora dei dinosauri, ma presto diventa evidente che si trattava solo di un’infatuazione passeggera. Lavora sin da giovane come fotografo stagionale in vari Paesi europei. Agli esami di maturità porta Kubrick, per la tesi di laurea Better Call Saul. Nel 2019 diventa Dottore in Scienze della Comunicazione. Dopo la laurea si appassiona sempre di più al mondo della scrittura, vocazione che lo porta a iscriversi alla Scuola Holden di Torino. Nonostante tutto, ama ancora i dinosauri.


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