Un sasso

Illustrazione di Leo Zeni

 

Voglio parlarvi di un sasso. Un sasso che ho raccolto oggi. 
Perché quel sasso ha attirato la mia attenzione? E perché dovrebbe, adesso, attirare la vostra?
È un bel sasso!
Bello per come e per quanto un sasso possa essere bello. Che cosa sia bellezza per un sasso non vale la pena chiedersi.  Allora andiamo avanti. Anzi, torniamo un po’ indietro… sì, ecco, proprio qui.

Stavo passeggiando. Fino a quel momento avevo guardato lontano, il cielo, l’orizzonte che mi era sembrato curiosamente vicino. Avevo abbassato gli occhi, in un punto, giusto un passo più avanti della fine delle mie scarpe.  E d’improvviso il mio sguardo incrocia quello di un sasso che stava ben visibile, anzi indiscutibilmente evidente, proprio lì davanti a me. Lo guardai, in realtà non lo vedevo, ero soprappensiero, da un’altra parte, lontano. Lui invece pareva mi stesse esaminando con molta attenzione e con una certa malcelata arroganza. Sembrava che volesse farsi notare, mentre il lampo fuggente di un’impercettibile sfida aveva per un brevissimo istante illuminato il suo occhio freddo e ostinato.
Ma io stavo pensando ad altro, mi pare di averlo già detto. Capita spesso che, camminando, il nostro sguardo si posi sul viso di qualcuno, lo fissiamo senza volere e senza rendercene conto, mentre siamo lontani mille miglia. E quello, di rimando, ci fissa anche lui, con gli occhi cattivi, come a chiederci, con veemente combattività: «Che hai da guardare?».
Così mi era sembrato in quel frangente. Ma lui no, il sasso mi guardava per guardarmi, per provocarmi probabilmente.
E all’improvviso disse: «Hai visto che bel sasso che sono! Come sono rotondo, levigato, bianco! (tre componenti della bellezza, per i sassi). Fermati e osservami meglio. Cos’hai di meglio da fare?». Mi pietrificai. Adesso lo osservavo davvero, stupito, ammirato, un po’ confuso. Non avevo niente da fare, in effetti. «Sono davvero bello, no? Perfettamente rotondo», ribadì, «la sfera è il solido più uniforme avendo tutti i punti della superficie ugualmente distanti dal centro. E non solo! Ha la facoltà di girare intorno all’asse senza cambiare luogo né eccedere i propri limiti, ecco perché Platone, nel Timeo, approva la decisione del Demiurgo che aveva dato forma sferica al mondo».
Distolsi lo sguardo sentendo il volto che si imporporava. Tutta quella sfrontata erudizione mi aveva sconcertato e messo a disagio. E lui imperterrito: «Che fai, ti distrai, oh no! Non mi dirai che… ci mancava anche questo! Un esperto di sassi, ma schivo! Eh sì» continuò «perché si capisce che te ne intendi di sassi, che sai riconoscere certe doti, quando ci sono. Forza! Continua a osservarmi, senza problemi».
«Raccoglimi», disse poi. E non seppi giudicare se si fosse trattato di un consiglio piuttosto che di un ordine. Il tono era quello che era, duro, integro, freddo, irremovibile. Vagamente minaccioso? O ero io che, avendo paura di tutto, vi percepii quella sfumatura che era invece, sempre e soltanto, dentro di me? Quando non si conosce nulla, si ha paura di tutto. Quando si ha paura di tutto vuol dire che si comincia a conoscere le cose.
Avevo proseguito nell’osservazione, adesso attenta, accurata, senza che altre fole mi svolazzassero per la mente. Stavo in piedi, le gambe leggermente divaricate, il busto leggermente inclinato in avanti, la testa rivolta a terra. Quando giunse quell’unica parola, quel verbo, quel modo esortativo? Imperativo? Con particella pronominale attaccata a mo’ di complemento oggetto. Mi sembrò strano che una creatura così piena di sé si abbassasse di ruolo, da soggetto a complemento oggetto, umiliandosi. Ma non era così, come sempre, mi sbagliavo.
Tuttavia lo raccolsi. Lo rigirai tra le mani. Era bello. Solido, pesante. Piacevole da manipolare oltre che da guardare. Poteva sembrare un manufatto. Un manufatto della natura. Ero lì, immerso in quella dilettevole osservazione, in quel gradevole palpeggiamento, quando, tutt’a un tratto, quello riprese a parlare, nelle mie mani che gli facevano da cassa di risonanza. La voce pareva provenire da chissà quali profondità del tempo e dello spazio, cionondimeno era un po’ concitata. Si percepiva che avesse una certa smania di raccontare, si poteva sospettare un’ansia a stento trattenuta. Era scomparsa la boria, la supponenza di poco prima.
Lo stetti ad ascoltare. Più per educazione – mi faceva anche un po’ pena, non so perché – che per reale interesse. 

Il sasso parlò delle teorie di Wegener, della tettonica a placche, di deriva dei continenti, di ere geologiche, di catene montuose e di isole appena nate, di profondità abissali, di formazioni di werfen, a bellerophon, di marne arenacee, di rosso ammonitico,  di pressioni mostruose, di temperature inconcepibili, di gelo incommensurabile. E dei suoi bollenti spiriti. Certi momenti, appunto, più che disquisizioni scientifiche le sue parole parevano tracimare nel melodramma o in poesia, una poesia facile, elementare, ma pur sempre poesia.
Parlava, parlava, non senza fascino, non senza una indiscutibile capacità narrativa. Raccontò di lascive carezze, di lacrime, che lo avevano plasmato come solo l’amore e il dolore sanno fare. Pensai che stesse mentendo, inventando, per rendersi interessante. Forse si era reso conto che avrei potuto anche iniziare a distrarmi.
Continuò a immaginare, a fingere, a creare, sicuramente a scapito della verità, non certo della peculiarità di quell’inquieto monologo. La sua tecnica mi parve efficace. Sebbene l’essenzialità non ne costituisse una caratteristica fondamentale.

Anche se, adesso che sono io a raccontarlo, mi appare tutto così sconsolatamente ovvio. Mentre allora, mentre questi fatti accadevano, mi apparvero straordinariamente originali nella loro apparente normalità, e il suo modo di fare, – di quel sasso intendo – pur nella esecrabile prolissità, risultava comunque interessante, raro, eccentrico e forse un po’ capriccioso.

All’improvviso, tacque. Talmente all’improvviso era terminato l’ansioso profluvio, da farmi dubitare della sua precedente realtà. Da lasciarmi attonito, sbalordito per come, in certi rari momenti, le cose ci parlino – sapendo noi ascoltare – per brevissimi attimi e come, subito dopo, noi si ritorni al terrificante silenzio della chiassosa esistenza.

Mi riebbi dunque. E mi resi conto, soltanto allora, di aver omesso, per estrema sciatteria (oppure volontariamente sottaciuto), tutta una serie di dati che sarebbero potuti risultare significativi ai fini della comprensione di quella storia, di quella necessità di parlare, di quella impercettibile angoscia, aguzza e penetrante.

I dati mancanti riguardano il territorio in cui passeggiavo, la data, il luogo preciso e l’ora dell’incontro, il perché e il percome, e poi le informazioni tecniche: di che materia fosse costituito il sasso, di che grandezza, di che durezza, l’esatta sfumatura di bianco. Per quanto tempo il sasso aveva parlato, che ora fosse quando smise di parlare, quanto impiegai per tornare a casa, dove fosse casa, e se si trattasse davvero di casa mia, chi fossi io…

È stata di gran lunga la faccenda più intricata che io abbia mai intrapreso, quella di parlare di quel sasso, di tentare di esporne le ragioni.

Sono tornato a casa. Era tempo, tutto sommato.
Non ho niente da fare.
Sto fermo davanti ai vetri della finestra chiusa. Guardo fuori. Guardo lontano. L’orizzonte mi sembra curiosamente vicino. Tante storie mi svolazzano per la testa. Le mani in tasca; La sinistra giocherella col sasso, mi ruzzola fra le dita, polito, paffuto. Adesso però non parla più.
Non mi dice più niente.

 


 

Paolo Marco Durante è nato a Roma e vive in campagna. Si occupa di arte contemporanea collaborando con gallerie, curando mostre, cataloghi, testi, ecc. È appassionato di montagne, di cinema, di animali, di Robert Walser, di filastrocche. Negli anni è diventato un po’ orso e quindi scrive per inventarsi da solo le compagnie che gli aggradano, e che riescono a sopportarlo.


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