Nel bosco ci sono i partigiani

Illustrazione di Linda Aquaro

Era una bella giornata di primavera, una di quelle giornate in cui è difficile pensare che qualcosa di brutto possa accadere. Le montagne lontane erano ancora coperte da uno strato di neve che brillava sotto il sole tiepido. Il vento sembrava aver trovato un po’ di quiete, e aveva smesso di sfregare contro le finestre i rami delle querce, che così grigi e rinsecchiti, sembravano le lunghe dita di un mostro. Quella era la prima bella giornata di primavera, dopo tanti mesi, dopo la neve, la pioggia, il vento e la nebbia. Non solo il pettirosso, l’eremita dell’inverno, ma tanti altri uccellini uscivano dai nidi per cinguettare allegramente, come lo scricciolo, il passero, il fringuello, lo storno, il codarossa. Quando la neve era alta e tutti, compresi gli uccellini, avevano fame, ricordo che mia madre metteva nell’aia delle piccole trappole in cui gli uccellini finivano catturati. Poi tagliava loro la testa, li friggeva e noi li mangiavamo così, con le piccole ossa che scricchiolavano sotto i denti. Ma quel giorno anche la fame, che faceva piangere e stringere in bocca i lenzuoli la notte, pareva lontana e opaca come la rimanenza di un sogno. La chioccia aveva dato alla luce i pulcini e io mi ero stesa sull’erba umida per accarezzarli uno per uno, quando sentii dei rumori provenire da dietro casa. Mi sporsi con la testa, facendo attenzione a tenere il corpo incollato al muro come avevo visto fare alle lucertole. Vidi Franco che confabulava con i suoi amici. Mi era già stato insegnato che non stava bene origliare, eppure, a quei tempi, mi sembrava l’unica cosa divertente da fare.

«Mio fratello, quando è tornato dalla guerra, è subito scappato nel bosco per unirsi a loro. Basterà seguire il sentiero che ha fatto lui, quel giorno che lo abbiamo visto andar via, e li troveremo», disse Antonio.

«Allora è deciso. Faremo così», disse Franco.

«Ma ci daranno delle armi?», chiese Mario.

«Certo che ce le daranno. Siamo uomini, no? Gli uomini combattono perché sono forti. Se eravamo donne ci facevano sgobbare in un altro modo, non so, ci facevano fare da mangiare», disse Franco.

«Le donne, da quello che so…», Antonio si guardò intorno prima di continuare, «portano dei messaggi».

«Giusto quello possono fare», disse Franco, facendo un gesto con la mano come se volesse scacciare via una mosca fastidiosa.

«Senti, Tonino, ma tuo fratello per caso, sai dirmi, insomma…», farfugliò Mario.

«Che?».

«Insomma… Torna a casa per cena?».

«Per cena? No», rispose il ragazzo aggrottando la fronte e scuotendo la testa.

«Mai?», sembrava che gli si fossero ingrossati gli occhi, come a una civetta.

«Mai».

«Non lo hai più rivisto?».

In mezzo ai tre amici cadde un silenzio improvviso. Antonio se ne stava fermo, le mani in tasca, il labbro inferiore schiacciato dagli incisivi, la fronte aggrottata, come se stesse pensando per la prima volta a qualcosa.

«A noi non importa di tornare a casa per cena», ruppe il silenzio Franco.

«Parla per te. Mia madre m’ammazza, mi disfa e ci fa le salsicce con la mia carne se non torno a casa quando vuole lei».

«Oh Mario! Qui non si tratta più di me, di te, di noi. Noi non contiamo più niente, quello che conta ora è la Patria, con la p maiuscola, ti torna? Noi adesso andiamo a sacrificarci per la Patria, ma ne usciremo da eroi. Eroi, hai capito? Con le medaglie al valore, mica spicci. Quando entreremo nel bosco entreremo nella Storia, con la s maiuscola. Hai capito o no?», disse Franco.

«Sì, con la S maiuscola», borbottò Mario.

«E poi tu madre ti fa quel brodo di cavolo che fa schifo, fa schifo persino ai polli. Vuoi mettere con la Storia, con l’onore, con la gloria? Saremo ricordati per sempre, perché gli eroi non si scordano mai. Ci state o no?».

«Sì», disse Mario.

«Sì», disse Antonio.

«Allora andiamo».

Quando vidi i ragazzi avviarsi lungo la strada sterrata che portava al bosco, uscii dal nascondiglio e iniziai a urlare: «Franchino! Franchino! Dove vai? Mica ci vorrai lasciare?».

Franco rimase per qualche secondo con un piede alzato, impietrito nell’azione del semplice camminare, con gli occhi sgranati rivolti verso di me. Poi si avvicinò con lo sguardo basso e i pugni chiusi. Mi tirò una sberla, e subito mi misi a piangere e a urlare.

«Stai zitta!», mi mise una mano sulla bocca, ma gliela morsicai.

«Ahia! Maledetta!».

«Lo dico alla mamma. Ce lo dico che vai dai parteggiani».

«Non sai neanche come si chiamano. Non sai neanche chi sono. È meglio se stai zitta».

«Certo che lo so», risposi con le lacrime agli occhi, non tanto per la sberla ricevuta, ma per l’orgoglio che, appena nato in me, già era stato calpestato.

«Sono dei…fagiani?», dissi alzando la sillaba finale, facendola sembrare una domanda.

I ragazzi, alle spalle di Franco, ridevano e si battevano le mani sulle cosce.

«Va là, stai zitta che è meglio».

«Ce lo dico».

«No, aspetta dai, Ioletta», visto che con le cattive non aveva funzionato, Franco provò con le buone. Si sedette sui talloni per guardarmi negli occhi, con le mani appoggiate sulle ginocchia.

«Iole, Ioletta, fai la brava. Non dirlo alla mamma e io ti porterò un regalo».

In quel momento smisi di piangere. L’orgoglio e la sberla erano già stati dimenticati.

«Una bambola?».

«Sì, la bambola più bella che c’è».

Spalancò le braccia e sorrise. I suoi occhi, due pozzi scuri in cui scintillava una luce, una bramosia, era bellissimi in quel momento. È triste, per me, rendermene conto solo ora che rivedo Franco com’era a nove anni, attraverso i fumi dei ricordi. Vorrei averlo di fronte adesso, poter allungare una mano verso di lui, che se ne sta con le braccia spalancate come se volesse prendere il volo, accarezzargli la guancia sgombra, e dirgli “Non è stata colpa tua”, e vorrei che lui ci credesse. Ma non si può. Non posso nemmeno chiedere alla me di tre anni di farlo al posto mio, lei che non era abituata a un contatto fisico con il fratello che andasse oltre la violenza. Posso solamente rivedere la scena, da lontano: Franco che si rimette in piedi, un sorriso soddisfatto gli solleva le gote paffute, Mario e Antonio che lo attendono pazienti sono due figure scure e lontane, dai lineamenti sfumati. Franco li raggiunge, ma ha un ripensamento. Me ne accorgo dagli scatti che fa con la testa, per guardarmi da sopra la spalla. Ed eccolo che torna da me, che si china su di me, perché io sono piccola e lui mi pare un gigante. Ed ecco che mi bacia la guancia, la stessa offesa poco prima, ed ecco che mi dice: «Bada alla mamma».

Come li vidi avviarsi, andai di corsa a chiamare nostra madre, la quale uscì immediatamente nell’aia a richiamare Franco. Io mi nascosi svelta dietro la sua gonna, che vedevo vibrare negli intervalli in cui riprendeva fiato tra un grido e l’altro. Fra-n-co. Fra-n-co. La sentivo allungare le vocali, mentre la “n” sembrava fungere da virgola, da piccolo spazio per calibrare l’urlo successivo. Fra-n-co. Fra-n-co. Quando gli urli cessarono, anche il mondo circostante sembrava essersi fermato. Non si udivano più i cinguettii degli uccellini. Anche i piccoli germogli verdi, che avevano iniziato a spuntare sugli alberi, sembravano essersi immobilizzati nell’attesa. Era come se tutto intorno a noi si fosse trasformato in un polmone contratto, impegnato a trattenere il respiro. “Bada alla mamma”. Quelle parole mi giravano ancora nella mente. Mi pareva di sentirle pulsare nelle orecchie, come il battito di un cuore impazzito. “Bada alla mamma”. Sarebbero state le sue ultime parole? Me lo chiedevo e chiedevo ancora, e non mi ero accorta che io stessa avevo smesso di respirare, finché non vedemmo scomparire Franco tra gli alberi che delimitavano il bosco.

Lucia Tradii


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