La detective di Mostrilandia

detective
Illustrazione di Martina Barbini

Mia sorella non ha mai guidato la mia auto. Sono quasi certa che sia una preoccupazione eccessiva ma, per sicurezza, faccio dei cerchi con gli indici e i pollici, li avvicino agli occhi e la guardo.

«Cosa fai?».

«Controllo».

«Cosa?».

«Che tu non sia un mostro». Ride.

«Da quando lo fai?».

«Da quando ho cominciato col lavoro».

«Da quando sei con la Sistemi & Sistemi?».

«No, non quello. L’altro lavoro».

Guardo il panorama dal finestrino. Una bella campagna soleggiata. Non male.

«Mi parli di quell’altro lavoro?».

Mi rilasso sul sedile. A quanto pare il viaggio sarà lungo. Tanto vale parlare un po’. Prendo la fiaschetta dall’impermeabile.

«Non ti sembra presto per bere?».

Rido. «È ginseng. Affina le mie capacità deduttive».

Mia sorella mi prende di mano la fiaschetta. La odora. Me la ridà. Non si è mai fidata troppo di me.

«Cominciai subito dopo la laurea. Ti confesso che non ho mai avuto modo di parlarne con nessuno. Oddio, ogni tanto ne discuto con Osvaldo», dissi.

«Osvaldo?».

«È il mio migliore amico. Un ottimo mostro, lascia che te lo dica, anche se un po’ egocentrico. Però mi fa morire dal ridere. Dovresti vedere quando si toglie il naso».

«Non è possibile togliersi il naso. Cioè, è possibile», disse coprendoselo con la mano, «ma fa malissimo».

«Tu non conosci Osvaldo. Ovvio, non puoi vederlo, è un mostro».

«Quando l’hai incontrato la prima volta?».

«Durante la prima indagine, poco dopo la laurea. All’epoca mi sentivo un po’ sperduta. Sai, non avevo un lavoro, ero in attesa che accadesse chissà cosa. Spesso mi sedevo da sola, al porto turistico, e prendevo qualcosa da bere. A dire il vero, non so cosa cercassi. Forse mi piaceva l’idea di essere corteggiata. Tu mi trovi carina?».

«Lo sei sempre stata».

«Una sera si siedono al tavolo un paio di ragazzi, senza fare troppi complimenti. Confesso che ero un po’ intrigata. Però, avevo capito che avevano qualcosa di strano».

«Cosa?».

«La mia è una vocazione. Credo d’aver sempre avuto queste doti latenti, che aspettavano solo di manifestarsi. Quando il destino fa il suo corso, queste s’attivano. Ho capito subito che quei due non erano proprio okay. Naturalmente, allora non sapevo della tecnica con cui riconosci un mostro».

«Quale tecnica?».

Feci di nuovo i cerchi con le dita e li portai agli occhi. Li girai, come se stessi mettendo a fuoco un binocolo. «Così. Tu non sapresti usarla, perché non hai la vocazione. Di solito basta fare così con le dita per spaventare i mostri. Sono paurosi, scappano subito. Per fortuna, ho le gambe lunghe e riesco sempre a prenderli».

«Non sei tanto alta».

Risi. «T’assicuro che non sai quanto sono lunghe le mie gambe. All’inizio ci divertivamo. Dicevano che volevamo offrirmi una cena. Risotto ai frutti di mare, vino bianco. Però a casa loro. Continuavano a ordinare birra».

«Perché li hai seguiti?».

«I mostri sanno essere abili. All’epoca ero ingenua. Il loro piano era fin troppo semplice. Volevano rubarmi il naso. È quello che fanno».

«No, loro…», e serrò la mascella. «Perché non andasti alla polizia?»

«Chi avrebbe creduto a una senza naso?».

«Perché non sei venuta da me?».

«M’avresti creduta?».

Mia sorella serrò le mani sul volante.

«All’inizio non volevo più uscire di casa. Mi vergognavo a farmi vedere con un buco sul volto. Poi presi coraggio, sai come sono fatta, e mi misi un foulard. Andai in giro a chiedere informazioni su quei mostri. Cominciai la mia prima indagine, si può dire. Così conobbi Osvaldo. Un mostro simpatico. Adesso voglio dire una cosa chiaro e tondo: la maggior parte di loro lo sono. Non vanno in giro a rubarti il naso. Certo, sono tentati di farlo, perché è nella loro natura, ma resistono. Osvaldo, poi, fa tanto ridere che volte mi fa cadere dalla sedia».

«Dove l’hai incontrato?», chiese mia sorella, rilassando un po’ le dita sul volante.

«Stava pescando a una delle panchine del porto. Lo incrociai. Ci salutammo con un cenno del volto. Lui disse: “Peccato per il naso”.

Io mi fermai. Ero mascherata. Come aveva fatto a capirlo? “Che ne sa lei di nasi rubati?”.

“So quel che c’è da sapere”, rispose.

Mi sedetti vicino al lui. “Abboccano?”.

“È più il piacere di stare all’aria aperta”.

“Ho capito. Dammi la canna, scommetto che li faccio abboccare”.

“Sei molto sicura di te”.

“Un tempo lo ero”.

“Capita, quando ti rubano il naso”.

Sfiorai il punto del viso dove un tempo c’era un rigonfiamento.

“Si tratta di poche mele marce, ma quelli come noi non ci fanno bella figura”.

“Tu sei un mostro?”.

“Prova a fare due cerchi con le dita”, mi disse».

«I mostri sono orribili a vedersi?», chiese mia sorella.

«Sono strani. Diversi. È come vedere qualcosa di completamente differente da quello che hai sempre visto. Difficile da descrivere, se non lo hai mai provato».

«Diventasti amica di Osvaldo, quindi».

«Pescavamo insieme. Lui mi spiegava molte cose, del mondo dei mostri, però ogni volta sorvolava su quanto m’interessava».

«Ovvero?».

«Come fare per ottenere indietro il mio naso».

«Quando li hai rivisti?».

«I mostri che mi rubarono il naso, vuoi dire? Li andai a cercare io. Alla fine, Osvaldo si sbottonò. I mostri per bene come lui si vergognano di dire che bazzicano anche i ruba-naso, ma fra di loro si conoscono tutti. Mi disse il nome di una discoteca che frequentavano».

«Lì li hai incontrati di nuovo».

«Sì, e andai di nuovo al loro appartamento. Ne avevano affittato un altro. Ne cambiavano in continuazione. Sembravano contenti di vedermi».

«Cos’è successo?»

«Mi fecero vedere la loro collezione di nasi».

«Vuoi dire…?».

«Sì, una visione orribile. Fu allora che mi sentii una vera rabbia crescere dentro. Il mio primo caso, comunque, andò molto bene. Come puoi vedere», dissi, picchiettandolo col dito «il mio naso è ben piantato al suo posto».

«Li hai massacrati con una mazza da baseball».

«Cosa avresti fatto, al mio posto? Una detective di Mostrilandia deve saper usare anche le maniere forti. Fa parte del lavoro».

«Fu allora che ti convincesti…».

«Fu allora che mi diedero gli stivali». dissi, sfiorandoli con le dita. «Vengono utili».

«Per cosa?».

«Come ti dicevo, ho le gambe lunghe. Merito loro. I mostri hanno la tendenza a scappare, quando mi vedono. Per fortuna, ho questi».

«Come funzionano?».

«Riesco a fare passi da gigante».

«Vuoi dire che le tue gambe s’allungano?».

«Esatto».

«Mi faresti vedere?».

Mi misi a ridere. «Siamo in auto. Sfonderei il tettuccio».

«Certo, hai ragione. Chi ti ha dato gli stivali?».

«Sono quelli del detective».

«Ci sono altri detective?».

«No, sono unica. Li ho ereditati dal mio predecessore».

«Cosa gli è successo?».

«È morto».

«Come?».

«Divorato da un mostro. Non è un lavoro per cuori deboli», dissi, bevendo un altro sorso dalla fiaschetta. «e così siamo arrivati al mio secondo caso.»

«Ossia?».

«Era sparito il mostro dei diamanti. Tutti lo cercavano».

«Non capisco».

«È un mostro molto celebre. Produce diamanti. Tutti lo odiano perché ha atteggiamenti da divo, ma devono conviverci. Quel mostro espelle letteralmente pietre preziose dal suo corpo. Una vera manna per il bilancio di Mostrilandia».

«Cosa fa, con questi diamanti?».

«Nulla. Li consegna alle autorità. In cambio, vive una vita favolosa, in una grande villa con piscina e vasche da bagno piene di salamoia. I mostri si lavano così. E no, non hanno un buon odore. Forse per questo sono tanto fissati coi nasi».

«Comprensibile».

«Comunque, il mostro dei diamanti era sparito e il vecchio detective era stato divorato vivo. Osvaldo mi disse che si era liberato un posto, e io ero in cerca di lavoro. Ero stata notata dall’ambiente. Così mi diedero l’impermeabile. E anche gli stivali e il distintivo».

«Me lo fai vedere?».

«Certo».

«…Perciò, cominciasti a indagare su questo mostro dei diamanti.»

«No, cominciai con lo stabilire chi avesse ucciso il mio predecessore. C’era chiaramente un legame. Mostrilandia di solito è tranquilla. Qualche naso sparisce, il detective lo ritrova, qualcuno va in gattabuia. Solito trantran. Un omicidio tanto efferato è cosa rara. E, poco dopo, il rapimento. Parlai con la moglie del detective, lei fece la gnorri. Non voleva parlare del vero mestiere del marito. Però c’erano le sue foto sulla credenza, con impermeabile e tutto. Lei mi disse che l’aveva abbandonata.

Non resistette. Mi mostrò il suo diamante. Disse che era stato l’ultimo regalo del marito. Ci puoi credere?».

«Dimmelo tu».

«Senti, io so quanto guadagna un detective di Mostrilandia, e t’assicuro che non può comprare alcun diamante. Inoltre, quale marito lo regalerebbe alla moglie poco prima di lasciarla?».

«Senso di colpa?».

«Tradimento, altroché. La signora aveva tradito il marito in cambio del prezioso. Il piano era semplice: dovevano far fuori il detective, ma prima dovevano scoprire la sua vera identità. Sua moglie lo aveva venduto».

«Ma all’epoca avevi un lavoro, come potevi fare la detective?».

«Era una copertura per il mondo umano, alla Sistemi & Sistemi, anche se si sarebbe dovuta chiamare la Mostri & Mostri. Mai visti tanti tutti insieme in vita mia».

«I tuoi colleghi erano dei mostri?».

«Quelli simpatici»

«Perché solo quelli?».

«Un mostro può sembrare migliore di un essere umano».

«Ricordo che il lavoro ti piaceva».

«Sai come sono. Cerco sempre di dare del mio meglio. Inoltre, dovevo mantenere la copertura. Sono una professionista. L’azienda pullulava di mostri. Per la maggior parte erano bravi. Grandi lavoratori. Spesso, alla fine del turno, andavamo insieme a divertirci. Loro non sapevano che ero la detective. Però di soppiatto, ogni tanto, li vedevo nella loro vera forma. So che tu non sei una bigotta».

«Spero di no».

«Pensi ci sia qualcosa di sbagliato nelle relazioni fra mostri e umani?».

«Che intendi».

«Stare insieme. Baciarsi. Avere figli. Così così».

«Non ci trovo nulla di male».

«Meglio così, perché la mia amica Cecilia si innamorò di uno di loro. Ti confesso che forse un po’ bigotta lo sono. Però le relazioni interspecie non sono contrarie alle regole di Mostrilandia. Quindi, non contrastai questa relazione, ma non la favorii».

«Mi sembra un atteggiamento salutare. Non si dovrebbe interferire nelle vite degli altri, se non in casi di massima urgenza».

«È proprio questo il punto. Vedi, il mostro di cui era innamorato Cecilia, mi puzzava».

«Come mai?».

«Non aveva un tenore di vita adeguato al suo impiego. I vestiti, il profumo, le abitudini. Non quadravano».

«Forse la sua famiglia era ricca».

«E allora, perché doveva lavorare lì? No, era parte integrante della cospirazione. Era lui il ricettatore».

«Di diamanti, immagino». Guardò un punto lontano alla fine della strada, sembrava triste.

«Esatto. Un piano della Sistemi & Sistemi era in abbandono. In uno degli uffici vuoti riceveva i clienti».

«Spacciava cocaina. Sei stata tu a denunciarlo».

«Purtroppo, fu arrestato per quello. Che disdetta. Avrei voluto che fosse acciuffato per le sue vere colpe».

«Tu avevi intuito che era un poco di buono. C’è un fondo di verità».

Sospirai. Mia sorella era fatta così. Non m’avrebbe mai creduto. Pensai di aprire la zip. «Sono quasi tentata di aprire la zip, è dove tengo la maggior parte del mio armamentario».

«Quale zip?».

La presi da una tasca dell’impermeabile. Una striscia di cotone verde con una chiusura lampo che correva nel mezzo. «Ho accesso ha tutto quello di cui ho bisogno. Lente d’ingrandimento. Polvere per le impronte digitali. Bolle di sapone».

«Bolle di sapone?».

«I mostri ne sono terrorizzati».

«Tireresti fuori qualcosa?».

«Certo, però devi chiudere gli occhi».

«Sto guidando».

«Allora non se ne fa nulla. Se un altro guarda, non funziona. Non ho fatto io le regole».

Mia sorella accostò a una piazzola di sosta. Chiuse gli occhi.

«Metti le mani per coprire». Aprii la zip e presi il flacone delle bolle. Lo misi vicino alla leva del cambio. «Ta-dan. Visto?».

Lo prese in mano. Aprì il tappo. Le bolle cominciarono a diffondersi per il veicolo.

«Se tu fossi il mostro, scapperesti terrorizzata».

«Hai preso il flacone dall’impermeabile».

«Sembra, ma no, l’ho preso dalla zip».

Mia sorella ricominciò a guidare. Restammo in silenzio per un poco. Il paesaggio non era male.

«Comunque, la storia alla Sistemi & Sistemi non finisce qui».

«Eri una brava lavoratrice. So che eri molto benvoluta. Io penso che tutto partì da quando quei due mostri…».

«Pensi che partì tutto da quando mi rubarono il naso?»

«Se tu mi avessi parlato.»

Tirai fuori la mia fiaschetta e la vuotai. «Se il caso è risolto e Mostrilandia è al sicuro, che importa da dove tutto cominciò?».

«Hai molto a cuore Mostrilandia?».

«Fa parte della mia vocazione, prendersi a cuore le cose».

«Hai capito dove stiamo andando?»

Guardai il paesaggio. Proprio niente male. «So che si gioca molto a scacchi».

«Mi spieghi una cosa? Un particolare che non ha mai capito nessuno», disse mia sorella carezzandomi i capelli

«Dimmi», le sorrisi.

«Come hai fatto a portare una mazza da baseball in ufficio, senza che nessuno se ne accorgesse? Nessuno alla reception, non un collega».

«La tengo nella zip. È uno dei ferri del mestiere».

«Come hai fatto ad accorgerti dei traffici?».

«I mostri si svelano ai miei occhi, ma non sempre accade. Ho sempre avuto sospetti sul mio capo, ma, all’apparenza, era un normale essere umano. Fino a quando non lo vidi riflesso in uno specchio. È un altro modo per trovare i mostri».

«Perciò il tuo capo era un mostro?».

«Il peggiore di tutti quanti. Era il mostro dei diamanti. Aveva finto il suo stesso rapimento per poter approfittare della sua dote, senza che le autorità di Mostrilandia sapessero nulla».

«Perciò hai visto il tuo capo nello specchio».

«Sì».

«Quando?».

Qui, lo ammetto, ebbi un capogiro. Mi confusi. Per un attimo, tutto vorticò attorno a me. «Eravamo in bagno e…».

«Il tuo capo cercò di metterti le mani addosso».

«Voleva rubarmi il naso. Aveva scoperto la mia indagine e voleva rubarlo. Allora l’ho colpito, non avevo scelta».

Mia sorella cominciò a tremare, il suo volto si rigò di lacrime. «Scusa», disse, mentre le passavo dei fazzoletti di carta. Anch’io piansi, anche se non so bene perché. «Adesso sai cosa accadrà, vero?».

«Sì. Stiamo andando in un bel posto, immerso nel verde».

«Nessuna dovrebbe subire quello che hai subito tu».

Sorrisi. Di colpo, tutto mi fu chiaro. «Mostrilandia non sceglie i suoi detective a caso».

«Li chiamo per dire che siamo quasi arrivate».

«Non dovresti chiamare e guidare insieme.»

Sorrise e mi accarezzò la guancia.


Domenico Santoro è nato nel 1986 a Ostuni, dove vive, laureato in scienze politiche e filosofia, scrive narrativa e poesia. Ha pubblicato racconti su A4, Grado Zero, RISME rivista e servizi editoriali, Il Paradiso degli Orchi, Il Rifugio dell’Ircocervo . Ha in corso di pubblicazione un romanzo (“Il posto delle cose”) con Placebook Publishing.


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