Note a margine. Speciale Sanremo

Povera patria (zitti e buoni non quest’anno)

Si è appena concluso il Festival della Canzone Italiana.
Mai come quest’anno ho approfittato del suo intrattenimento senza pretese, dal momento che sono bloccata in casa dopo due tamponi positivi. Tuttavia, il dettaglio più innovativo di questa edizione è la mia compagna di avventure: in questa quarantena coatta la mia coinquilina ha deciso di seguire pedissequamente in Festival con me, però per lei era la prima volta. Il suo occhio vergine e vigile mi ha concesso di vedere genuinamente cosa è successo in queste cinque serate.

Il Festival di Sanremo è un evento per vecchi fatto da vecchi: mamma Rai è invecchiata, infatti è la stessa che nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne ha mandato in onda il servizio su come sedurre un uomo al reparto surgelati. Non c’è da stupirsi se anche in un’edizione in cui la quota di anzianità la deteneva solo Orietta Berti, i giovani hanno cantato cose da vecchi e i fiori sono stati dati solo alle donne. Attenti, però, che oggi è l’8 marzo: mi raccomando, fiori solo alle femmine e fiumi di parole in cui elogiate la resilienza e la forza delle vere donne. Il fatto che siamo in un programma per vecchi di un paese di vecchi me l’ha ricordato anche la mia coinquilina, quando mi ha detto che il bacio di Achille Lauro è arrivato tardi, ché Britney e Madonna lo avevano già fatto nel 2003. A malincuore le ho dovuto rispondere che in Italia siamo un po’ lenti, ma alla fine ci arriviamo anche noi.

La retorica del Festival è più o meno sempre la stessa: i grandi successi dell’Italia all’estero, Umberto Tozzi che lo ascoltano persino in Australia, Barbara Palombelli che ci incita a difendere i diritti, ché tanto noi giovani donne non ci siamo mai dovute conquistare niente. Per fortuna Sanremo l’hanno vinto dei ragazzi di vent’anni: altrimenti avremmo subito anche la paternale su quanta mancanza di ambizione e voglia e desiderio ci contraddistingua, che non c’è niente come la grande canzone italiana e alla fine ci meritiamo la lagna di Ermal Meta o Annalisa. Però, qualcosa sembra aver dirottato questo Festival verso il presente: l’umiltà di Elodie e la sua franchezza nel dirci che non si è mai sentita all’altezza di niente. Ha fatto una scelta contro-intuitiva ma efficace. Nel mondo della precarietà e della mancanza di senso, quelli che si mostrano solidi e sicuri sono gli stessi che muoiono dentro e prendono gli antidepressivi, ché tanto siamo tutti vittime della società della performance. Abbiamo bisogno di gente che utilizzi la propria visibilità per parlare di cose vere, che ci dica che possiamo sentirci insicuri e avere paura, senza additarci come giovani fannulloni e viziati.

Alla quinta puntata siamo riusciti anche a strappare qualche fiore in più: certo, nonostante Francesca Michielin (25 anni) vi faccia capire che i fiori fanno piacere anche agli artisti uomini, voi consegnateli solo ai cantanti che si esibiscono con le donne, perché così è proprio accanimento terapeutico. Forse il punto più alto l’ha toccato Beatrice Venezi. Mi dispiace che si debba ancora specificare che le parole sono uno strumento politico, che una donna che si fa chiamare “direttore” per onorare la storia di una professione sta celebrando la storia di soprusi e oppressioni verso le donne. Perché poi da qui a “le quota rosa sono offensive” il passo è breve. Per cui l’anno prossimo mettete una donna a presentare Sanremo, così chiariamo una volta per tutte l’uso delle parole presentatrice, direttrice

Se dovessi dare un voto a questo Festival sarebbe una sufficienza, solo per sperare che l’anno prossimo si presenti migliorato, perché, anche se fuori c’è la morte, a me le canzonette piacciono.
Mi sono piaciuti gli artisti che hanno cantato guardandosi negli occhi, Madame a piedi nudi e l’aplomb di Orietta Berti che non scende le scale, perché ha 80 anni. Mi è piaciuta la delicatezza con cui Colapesce e Dimartino hanno cantato Povera Patria, che è stata scritta trent’anni fa, ma lo stivale affonda nel fango come allora. Questo momento e queste parole mi hanno fatto capire una cosa importante: preferisco la premura e la poesia di Battiato al vomito di Willie Peyote su quanto il mondo faccia schifo. Un elenco puntato – e neanche così realistico – su quali siano i drammi dell’Italia non lo reputo un modo di fare musica né di fare musica impegnata. Perché poi il rischio è che, come Ponzio Pilato, chi ascolta se ne lava le mani di fare attivismo e di cercare di riaprire i teatri. Forse è meglio twerkare per sconfiggere il patriarcato.

Insomma, tutti hanno ringraziato questo Festival perché il mondo dello spettacolo deve ripartire, perché alle persone manca la musica dal vivo, perché se vedo un’altra violinista suonare con la mascherina mi metto a urlare. Come sempre gli italiani riprendono a sognare solo grazie a grandi eventi: Sanremo e il Prati Gate (ve lo ricordate Mark Caltagirone?). Questo cuore azzurro batte ancora di orgoglio italiano e almeno ho saputo di cosa scrivere anche questo mese.

Rosa Toscano


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