Note a margine #8. Questo corpo

Le questioni riguardanti il corpo femminile non diverranno inattuali, fintanto che un uomo pronuncerà le seguenti parole: «Dici così adesso, ma a trent’anni un figlio lo vorrai». È sintomatico che l’istinto materno venga postulato, tendenzialmente, da coloro ai quali resta negata la possibilità di generare figli.
Poco più di anno fa ho frequentato un ragazzo – bello, simpatico e quasi intelligente – per qualche settimana; la storia è finita quando ha mostrato il suo dispiacere per aver mancato il Family Day a Verona nel 2019. La cosa peggiore è che non mi stupisce essermi dovuta scontrare con un giovane quasi-trentenne riguardo al mio diritto a non volere figli; la sua opinione (non così originale) è che il basso tasso di natalità sia dovuto a limitatezze economiche, e la soluzione sarebbe incentivare le giovani coppie a riprodursi attraverso aiuti economici statali. A me, francamente, suona come una compravendita dell’istinto materno: non vuoi fare figli? vedrai che con 160 euro al mese la voglia ti torna!

Ormai un mese fa la regione Marche, seguendo la rotta dell’Umbria, ha proibito l’erogazione del farmaco RU-486 attraverso i consultori o in day hospital. Vi spiego cosa significa: un gruppo di quasi tutti uomini – molti si professano i difensori della vita – hanno sentenziato sulla modalità e la qualità di una pratica abortiva, a cui non si potrebbero sottoporre, perché sono uomini. Nelle Marche e in Umbria una donna che vuole abortire è costretta a sottoporsi a una trafila molto poco agevole: questa pillola dovrebbe rendere la pratica abortiva meno invasiva, infatti, in molti altri paesi europei viene erogata senza il ricovero in ospedale, attraverso strutture come i consultori. Questo sistema semplificato, chiamiamolo “europeo”, è stato introdotto anche in Italia, dal Ministero della Salute, qualche mese dopo lo scoppio della pandemia. Una decisione matura, razionale, una decisione che sembra ricordarsi che esistono le donne e che probabilmente una crisi sanitaria avrebbe complicato l’accesso all’interruzione di gravidanza. Allora perché non accettare ed eseguire la decisione del governo? Perché il diritto ad abortire riceve ancora affronti di questo tipo? Ciò che hanno fatto le regioni sopramenzionate non è stato rifiutarsi di eseguire i provvedimenti della riunione di condominio: le linee direttive erano arrivate dall’alto, dal Ministero della Salute.
Durante una crisi sanitaria, l’agevolazione per noi donne è stata sottoposta alla volubilità di alcuni uomini ben vestiti: purtroppo, è ancora concesso a un uomo di calpestare il corpo di una donna e la sua libertà di scegliere per se stessa. Infatti, il problema è tutt’altro che marginale: nell’arco dell’ultimo anno ci sono state tante segnalazioni da parte di donne che non hanno potuto abortire, perché sono risultate positive al coronavirus: non c’è stata alcuna linea guida nazionale che abbia direzionato le aziende sanitarie locali attraverso dei protocolli chiari e uguali per tutte. Tutto ciò comporta complicazioni e, soprattutto, ritardi per una procedura in cui il tempo è un fattore fondamentale.

Tutto questa vagonata di notizie e informazioni mi ricorda che sono passati più di quarant’anni dalla legge 194, ma non abbiamo ancora pienamente riconosciuto alle donne la libertà di pensarsi senza figli, di non perseguire necessariamente l’istinto materno, perché magari non esiste. Però, se preferite, voi uomini al potere, potete brevettare un istinto maschile tutto nuovo: un istinto che vi porti a riconoscere il maschilismo performativo e il patriarcato, che vi aiuti a confessare che voi di aborto, mestruazioni e gestazione non ne sapete mica tanto e che sarebbe arguto da parte vostra chiedere alle donne se preferiscono abortire in maniera agevolata o meno, con tre giorni di ricovero o a casa, assumendo una pillola.
Questo mio corpo di donna porta il peso di una storia lunga migliaia di anni: riappropriarsi del proprio corpo significa mostrare come esso conservi ancora le tracce della violenza dell’uomo sulla donna. Questo corpo è il martire della cultura che rivendica il sopruso della natura: superare la coppia di concetti natura-cultura significa superare il binomio uomo-donna, significa comprendere che non esiste più una realtà naturale avulsa dalla tecnica e dalla cultura. È difficile pensare alla procreazione, oggi, senza tirare in causa le contraccezioni, la tecnica farmaceutica, le pratiche del kamasutra o la posizione del missionario: non esiste natura che non sia culturale. Questo corpo è il corpo di una donna che si autodetermina nell’amore e nella sessualità, nel godere della vita e nella scelta di cosa sia vita per lei. Ripensare cosa significa generare, partorire e dare la vita significa rivoluzionare il modo in cui viviamo su questo pianeta.
Donna Haraway suggerisce di generare parentele, non figli: creare relazioni, non solo tra esseri umani, per sopravvivere alla catastrofe ambientale. Raccolgo la sua provocazione, perché credo che le femministe possiedano il punto di vista privilegiato per comprendere cosa significhi rivoluzionare il significato di generare, abitare e deliberare.

Rosa Toscano


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