Favola contadina

Illustrazione di Giulia Cecchinato

C’erano, nel borgo di Sterro di Sopra, due contadini chiamati Ergeo e Apocalisse. Il vero nome di Apocalisse non lo conosceva nessuno perché, proprio mentre il parroco lo battezzava, era passato uno stuka in fiamme rombando così forte che sembrava la fine del mondo.
Ergeo e Apocalisse erano stati bambini insieme. Insieme avevano cacciato le lucertole e fregato le albicocche a Zambrèin. Ergeo era basso e tarchiato, dalla forza leggendaria: si narrava avesse superato la Cinquecento di Zambrèin spingendo una balla di fieno da due quintali. Ma Apocalisse non gli era da meno; alto e nervoso, in una gara di tiro alla fune aveva straccato il cavallo da tiro di Zambrèin, che a quel punto s’era rotto i maroni ed era andato ad abitare a Sterro di Sotto.
La loro migliore amica era l’Orietta, capelli color del grano e occhi solfato di rame. I tre erano inseparabili e presto fu chiaro che le tette di Orietta sarebbero diventate un problema. Un brutto giorno, infatti, mentre Apocalisse era al mercato, Ergeo entrò nel pollaio e le disse:
«Orietta, il verde del tuo sguardo è il ramarro che cattura le farfalle del mio cuore innamorato. Mille volte ho sognato di sfiorare la tua pelle di pesca, le tue labbra ciliegia, il tuo dolce meloncino…» e le mise le mani sul culo. Quel che seguì impressionò talmente le ventisei galline che nessuna fece più l’uovo per un paio di settimane.
Al ritorno Apocalisse li incontrò nell’aia, languidi e pieni di pagliuzze come materassi sfondi, e capì subito quel che era successo. Pure lui innamorato della fanciulla, giurò vendetta, e da quel momento si buttò nel lavoro. I buoi che lo aiutavano nei campi per stargli appresso si portavano dietro una damigiana di Gatorade. A quel ritmo infernale i campi di Apocalisse divennero ben presto i più produttivi della zona: aveva frutteti che sembravano dipinti dal Botticelli, e vacche così belle che quelli di Playbove vennero a fotografare la Carolina. Mise su un porcile grande come un aeroporto dove i maiali parevano ippopotami ed erano talmente puliti che andavano in giro con le pattine. I suoi fienili traboccavano di balle, mentre a Ergeo le balle traboccavano dai complimenti che l’Orietta faceva al rivale.
«Dì, ma hai visto che orzo c’ha l’Apocalisse? Sembra quello dell’Orzoro quando viene giù lo spaventapasseri e si sente bìm-bùm-bàm bìm-bùm-bàm» – era innamorata di quella pubblicità.
Ribollente d’invidia, Ergeo decise di farle vedere di cosa era capace: in una mezza giornata ribaltò il podere, poi gettò la vanga ridotta ormai a un cucchiaio, e disse: «adesso tiro via i sassi».
Alla fine della giornata aveva tolto dai campi una quantità di pietre sufficiente a tirar su due muraglie cinesi. Tornò a casa con le unghie sanguinanti e puntò il gallo due ore prima del solito. A mezzanotte aveva disboscato quindici ettari di pioppeto; dissodò il terreno e alle sei del mattino c’era già un’erbetta che sembrava San Siro. Vendette il legname alla cartiera, poi comprò una mandria di chianine e un cappello da cauboi.  In capo a qualche settimana era l’allevatore più ricco dopo il padrone della Simmenthal.
L’Orietta tornò a fargli gli occhi dolci e un paio di robe che Ergeo non aveva mai visto neanche su Le Ore.
Apocalisse schiumava di rabbia. Uscì a caccia col fedele Zoff, un segugio dal fiuto infallibile che sequestrò tutti i fagiani residenti in quel tratto di appennino e ventisette famiglie di cinghiali che vennero immediatamente inserite nella catena produttiva. Dopo un mese girava per i campi con la Maserati e le tute da lavoro gliele disegnava Valentino.
L’Orietta lo guardava e sospirava; quando Ergeo era ai pascoli lei prese a vestirsi un po’ sbarazzina. A vedersela intorno in perizoma e sottoveste di tulle, Apocalisse aveva dei rialzi di pressione da boiler guasto ed era capace di far su due quintali di salsicce senza neanche ammazzarlo, il maiale.
«Ciao Apo, stai bene con le basette. Sempre dietro a lavorare… dì, non ce l’hai la morosa?».
Apocalisse scuoteva il testone con gli occhi bassi. Lei allora sculettava via, lasciando una scia di muschio bianco che dal bosco venivano giù i daini maschi a vedere. Dopo una settimana di ‘sta solfa, Apocalisse si stufò e la ribaltò sulla greppia: le vacche ne rimasero così sconvolte che per un mese non si fecero toccare neanche per la mungitura.
Si sa che in un piccolo villaggio i segreti hanno vita corta e già al ritorno a casa Ergeo veniva scherzato dai vitelli che fingevano di misurarsi le corna con le sue. Messa alle strette, l’Orietta confessò di aver avuto un (tre) momento di debolezza. Lo amava come il primo giorno, ma s’era accorta di voler bene anche ad Apocalisse. Ergeo s’incazzò e la sbatté fuori di casa, poi per sfogarsi prese uno dei vitelli burloni e gli annodò le corna sulla testa come un papillon. Gettatosi anima e corpo nel lavoro, selezionò esemplari da guinness dei primati, come Bartolo, un toro alto appena sessanta centimetri ma col bigolo così lungo che poteva ingravidare le giovenche senza spostarsi dal box. Con gli enormi guadagni si fece costruire una piscina riscaldata dove insegnava aquagym alle manze troppo in carne. Per spostarsi negli immensi pascoli usava la Yamaha di Valentino Rossi; ogni tanto incontrava Orietta e Apocalisse mano nella mano, e allora sgommava via alzando tormente di breccia.
L’Orietta era preoccupata, era chiaro che così non poteva continuare; oltretutto Ergeo vestito da cauboi miliardario era così figo che sembrava il fratello più basso di Clint Istvud. Così un giorno, mentre Apocalisse faceva la ceretta ai cinghiali da vendere come maiali, s’incamminò verso gli stallaggi.
Apocalisse li sorprese occhi negli occhi e raggiunse Ergeo in un balzo; rotolarono per tutta la stalla scambiandosi colpi da fabbro ferraio, mentre Orietta correva a cercare aiuto. La rissa durò fino alle cinque del pomeriggio, quando una camionetta di carabinieri li convinse a manganellate che era maleducazione. La vergogna e il senso di colpa convinsero l’Orietta ad andarsene; chiese di farsi accompagnare in stazione al comandante, un tenentino calabro dallo sguardo arabo. Salì sulla camionetta e nessuno la vide più.
Ergeo e Apocalisse piombarono in una depressione abissale. La frutta marciva sugli alberi, i campi languivano ricoprendosi di rovi, le mucche s’aggiravano col magone, i campanacci risuonanti a morto. I maiali, finita la carta igienica e le salviettine cominciarono a ricoprirsi di merda e scoprirono che non era poi male.
Ergeo e Apocalisse passavano le giornate guardando films d’amore americani degli anni Quaranta, sospirando come geyser.
Il tempo passava, e il borgo si svuotò. A Sterro rimasero solo loro due, Ergeo e Apocalisse. Invecchiati, con barbe da magomerlino, uscivano unicamente per portar fuori la rumenta.
Poi, un mattino, il rumore di un’auto. Si affacciarono all’unisono e la videro scendere dal fuoristrada; si precipitarono fuori assieme, combattuti tra la voglia di abbracciarla e quella di strangolare il rivale. L’Orietta sorrise loro: era più bella che mai.
«Sei…», disse Ergeo.
«…tornata», concluse Apocalisse.
«Minchia sì», rispose lei, spiegando in calabrese stretto che era lì per vedere se aveva chiuso il gas prima di andarsene, e che aspettava l’undicesimo carabinierino.
I due si guardarono e ognuno, negli occhi del rivale, vide il proprio volto invecchiato. Apocalisse invitò Ergeo in casa, dove fecero la doccia, si rasarono a vicenda, indossarono il vestito migliore e prenotarono due posti sul primo volo per Santo Domingo.
Fuori, entrambi seppero ciò che andava detto. A farsi avanti fu Apocalisse, che fissò l’antica fiamma e solenne disse:
«Va a caghér!».


Luca Alessandrini è tecnico di laboratorio, falegname e massaggiatore.
Ha pubblicato un paio di racconti e delle poesie grazie a concorsi letterari.
Vive in mezzo a un’azienda agricola, circondato dall’affetto di galline, mucche e maiali.


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