Note a margine #7. Cara catastrofe

Natale-covid
Illustrazione di Giorgio B. Scalia

Cara catastrofe,
siamo finalmente arrivati al mio momento preferito dell’anno, il Santo Natale.
La domanda sorge spontanea: perché, tra tutte le feste comandate, scelgo proprio quella che prevede almeno cinque chili sui fianchi e il cervello assopito dopo venti fette di pandoro e dieci pranzi in famiglia? Perché il Natale è la festa delle psicosi, quella dell’incontrovertibile e insalubre scelta di riunire tutta la famiglia, quella in cui tutto sommato mi diverto ma meno male che a gennaio torno dalla mia psicoterapeuta. Il Natale è quel momento dell’anno che ho tanto atteso, perché riassume perfettamente il significato di tradizione, di ciò che non vorrei mai che cambiasse, perché mi conforta e mi commuove. Questo, però, sarà il primo Natale senza i risvolti psicotici, senza i brindisi di mio nonno e le zie ubriache. Mi dovrò dimenticare dei grattini in brodo, dei miei cugini pasticceri, dei baci di mia madre e di quanto è vivibile e serena la provincia durante le feste. Allora, mia cara catastrofe, capirai bene perché quest’anno non scrivo a Babbo Natale. L’avrai notato: non si parla che di te. Te lo riconosco, almeno ci hai regalato un argomento di conversazione: senza di te, catastrofe, non sapremmo bene di che parlare. Sei nata sotto il segno del fuoco dell’Australia e tra poco finirai: sono certa che ti saluteranno con la gioia di vederti finalmente passare.
Nonostante gli inizi burrascosi, quando sei nata tu, io ero molto felice: insieme a te sono sbocciata anch’io, avevo tantissime energie e speravo di farle fruttare. Anche gli astrologi mi confortavano: il cielo aveva in serbo grandi cose per la Vergine. Ora, dolce catastrofe, non starò qui a rammentarti Beirut, la pandemia, il disastro petrolifero delle Mauritius, che abbiamo quasi rischiato la doppietta di Trump, che ti sei portato via Mirko, Luis, Gigi e pure Diego! Non ti accuserò, mia cara, perché sotto la tua benedizione ho imparato tante cose: a gennaio ho conosciuto la gioia nel mostrarmi senza riserve, a febbraio ho ritrovato le energie e la costanza, a marzo ho imparato a soffrire in solitudine, ad aprile, invece, a stare bene in solitudine, a maggio ho esultato perché sapevo ancora abbracciare gli sconosciuti, a giugno ho imparato ad amare la provincia dove sono cresciuta, a luglio e agosto ho sperimentato l’umiltà, l’impegno e i lidi di Ostia, a settembre ho capito che ho bisogno degli altri, a ottobre ho seguito i primi passi, però all’indietro, a novembre mi sono perdonata le mancanze e a dicembre ti scrivo questa lettera d’amore, cara catastrofe. Come gli innamorati alle prime armi, ho cercato di scoprire che dicono di te: per molti resti un tabù, per altri sei solo un anno da dimenticare. Alcuni mi hanno detto che sarai sicuramente utile, perché i momenti critici sono proprio quelli in cui si ribaltano i sistemi e le regole. Mi sono rincuorata all’idea che di te, comunque, resterà la consapevolezza che non sapevamo lavarci le mani, che il tuo vocabolario ci ha insegnato la differenza tra gli affetti stabili e i congiunti, che abbiamo risemantizzato le quarantene, gli assembramenti e il contenimento. La crisi sanitaria, però, è la tua lettera scarlatta e questo marchio accoglie la tua dipartita con la gioia e la speranza di un anno migliore. Cara, tu sei solo il capro espiatorio di una crisi senza fine: concedimi di far ridere tutti al tuo funerale, ché possano finalmente vederti per quello che sei. So che non basterà dirti addio per annullare i morti che abbiamo pianto e la paura che abbiamo seminato, non servirà appendere al muro un nuovo calendario per riabbracciarci più forte di prima. Dovremo imparare a rioccupare gli interstizi della vita che sono rimasti vacanti, rioccupare i posti che prima spettavano ai parenti alla cena di Natale, rioccupare la fiducia e la speranza che sono state tradite: cara catastrofe, ricordaci che la vita che c’era prima di te non è più possibile ripristinarla, ora che dominiamo lo slang di eurobonddpcmRtDadFadOMS.
Quando a marzo il mondo si è fermato, pensavo a chi, come mio padre, non conosce la sensazione di non avere niente da fare, a tutti gli impiegati e gli stakanovisti che non sapevano bene che farsene di tutto questo tempo morto. Prima di allora, nessuno di noi immaginava un’alternativa al mondo che accelera e mortifica il presente; nessuno si sarebbe aspettato di trovare, al supermercato, lo scaffale della farina completamente vuoto; nessuno avrebbe mai pensato di essere legittimato a stare fermo e rispolverare i giochi che facevi da bambino, i libri che avevi lasciato a metà e i tormenti che schiacciavi con gli impegni e la vita mondana. Amica catastrofe, ci hai concesso il tempo di impastare, sfornare e spadellare, un buon motivo per sentire chi ci aveva lasciato, il coraggio di troncare il superfluo e il beneficio di fare l’aperitivo prima delle 18; ci hai sollevato dall’obbligo di infilarci i pantaloni; però, adesso, è tempo di riposare.
Cara catastrofe, forse ci hai messo faccia a faccia con i mostri che nascondevamo sotto il letto: le scelte infelici, l’insoddisfazione, la paura del futuro, la precarietà della nostra generazione.
Mi spiace, però, mia dolce catastrofe, che nessuno l’abbia reso manifesto, ché dovevamo urlarlo a gran voce, scriverlo su tutti i muri e sotto ogni titolo di giornale. Allora, cara, ti chiedo di perdonarci se non abbiamo compreso che i tempi erano maturi per salutare le vecchie e malsane abitudini: forse è bene bruciare i campi arati per renderli più fertili.

Rosa Toscano


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