La danza di Rachele

Illustrazione di Martina Barbini

Che si viva senza mai danzare è possibile, e questo è tutto. Marte in sesta casa era opposto a Saturno il giorno della mia nascita, o almeno questa fu la spiegazione della mezzana che viveva nel bosco quando i miei genitori, disperati, le chiesero come mai crescessi graziosa e dall’indole robusta, fino a quando non mi si guardavano i piedi. All’età di quattro anni avevano smesso di aumentare di misura, così non furono più in grado di sostenere i miei salti, le mie giravolte, i miei passi. E io rimanevo sempre al piano di sopra con Flora, mia sorella, le porte e le finestre fissate ma incapaci di contenere le vibrazioni degli archi e il monito dei fiati che risuonavano nella sala grande. Flora sbadigliava sul telaio mentre io mi dedicavo alle Sacre Scritture e al rammendo, attività in cui dovevo riuscire in maniera eccellente per essere ammessa in convento. Lì avrei pregato, cucito, letto. Mi avrebbero tagliato i riccioli rossi, dato una veste nera, accarezzato la fronte. Lì avrei imparato l’arte della sopportazione, aver le ali e non volare, aver le labbra e non baciare, aver le braccia e non cullare, avere i piedi e non poter, mai, mai danzare.
«Sei triste, Rachele?».
«Non sono mai triste o felice. Seguo le mie naturali inclinazioni».

Il giorno in cui cominciò il mio noviziato, mio padre mi prese in braccio e così mi fece scendere dalle scale, come una bambina ancora mezza addormentata e senza appetito per la colazione, mentre il paggio portava via la sedia a rotelle. Profumava di agrumi e sigari. Mia madre doveva essergli lontana da tempo, altrimenti avrei riconosciuto anche il suo odore di latte e fiori secchi increspati tra pagine di libri ingialliti.
Mentre accennava a rimettermi giù mi raggiunsero le note del primo e unico valzer che io abbia mai imparato a riconoscere, un’opera di Chopin dal numero dispari, e per un attimo mi mancò la vista e l’obbedienza di stare al mondo.
«Papà,» lo pregai, «fammi danzare».
Mio padre si irrigidì, mentre io gli ero aggrappata con gli uncini che erano diventate le mie mani. Rimasi con gli occhi chiusi finché non riconobbi un alito di vento, i capelli bianchi di mio padre sfuggirono all’ordine e io girai e girai, come una chiave che non apre mai la serratura, liscia e priva di scatti nella fessura della mia vita.

Quella porta restò chiusa per me ma quell’ultimo giorno, come gli angeli, danzai in volo.


Arianna Corsini è nata a Trani nel 1995.
Studia Filologia Moderna a Bari dopo una triennale in Lettere Classiche.
Un suo racconto è stato pubblicato su Malgrado le mosche. Scrive da dieci anni, è il suo modo di scavare,
cercare risposte a quelle che diventano domande e nuotare in universi immaginari che sono anche veri.


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